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28 luglio 2022

Giffoni Film Festival 2022

La 52esima edizione del Giffoni Film Festival si svolge dal 21 al 30 luglio 2022. In cartellone Chhello Show (titolo internazionale Last Film Show), pellicola in lingua gujarati diretta da Pan Nalin, in concorso nella sezione Elements +10, proiettata il 24 luglio (nella stessa data aveva chiuso l'Umbria Film Festival). Trailer.

Aggiornamento del 24 agosto 2023: Chhello Show era stato selezionato per rappresentare l'India agli Oscar, ma non era entrato nella cinquina. In compenso si è aggiudicato i National Award per il miglior film in lingua gujarati e per il miglior giovane attore (Bhavin Rabari). Da ieri è in distribuzione nelle sale italiane. Vi segnalo la recensione di Alessio Baronci pubblicata il 23 agosto 2023 da Sentieri Selvaggi: 

'Pan Nalin affronta da una prospettiva tutta particolare il suo rapporto con il cinema. (...) Non ha una storia già definita a cui appoggiarsi, (...) può agire sul racconto come vuole, può condurre le sue linee dove desidera, ma in un primo momento sembra avere non poche difficoltà a sviluppare il suo spazio operativo. Perché privo di veri ricordi a cui appellarsi Nalin insegue il suo personale Nuovo Cinema Paradiso in chiave bollywoodiana, arrivando a citare più o meno apertamente il classico di Tornatore. Così il racconto si adagia nel solco della più classica narrativa di formazione, scartando solo raramente dal seminato. Eppure (...) Nalin coglie un’intuizione affascinante. Perché la cinefilia di Samay [il protagonista] è straordinariamente fluida, affascinata dai grandi classici, certo, ma anche dal cinema pop indiano suo contemporaneo, dagli action della metà degli anni ’00, dagli horror, dai melò, come a voler ripensare la nostalgia al tempo presente, dimostrando come ancora oggi, in piena epoca digitale, il cinema possa creare mitologie, colpire ed ispirare lo spettatore. Last Film Show funziona comunque meglio quando accompagna il protagonista nella costruzione del suo proiettore artigianale. In questi momenti, Nalin trova la sua misura, in perfetto equilibrio tra uno sguardo tecnico, attento ai movimenti delle mani, ai meccanismi che regolano la creazione delle immagini, ed il tentativo costante di assecondare un sense of wonder essenziale ma d’impatto, concreto, fisico, con la pellicola, la luce solare, trattati alla stregua di un gioco, da manipolare, da piegare alle proprie esigenze. È un’altra idea di cinema antitradizionale, quella sfiorata da Nalin, diffusa, ribelle, piratesca, straordinariamente moderna ma il regista sembra non dargli troppo peso. Piuttosto si distrae, tratteggia stancamente le dinamiche della famiglia di Samay, perdendo l’occasione non soltanto di approfondire il suo discorso teorico ma anche di giocare davvero con le svolte della narrazione. Così lascia scivolare sul tessuto del racconto non soltanto certi felicissimi spunti quasi da film d’avventura per ragazzi anni ’80 ma anche alcuni timidi tentativi di riflettere sul passato coloniale dell’India (come l’invito, costante, rivolto ai piccoli protagonisti, di imparare l’inglese, la lingua dell’invasore, per poter migliorare la loro condizione). Eppure, giusto nel momento in cui il racconto pare rinchiudersi in spazi già noti (il passaggio dalla pellicola al digitale e la conseguente fine del sogno) Nalin raccoglie le forze per un ultimo, clamoroso scossone. Perché l’interruzione della rivoluzione di Samay sembra quasi un segmento cyberpunk, crudele, nichilista ad un occhio occidentale, teso tra la pressa che distrugge il proiettore e gli anonimi lavoratori che ricavano dalla pellicola dei braccialetti di plastica. (...) L’atto finale di un cinema smaterializzato, sempre più futuro, sempre più lontano dalla sala, immateriale, l’ultimo colpo di coda di un racconto dal passo grezzo ma lucidissimo quando ragiona sul destino del cinema'.



26 febbraio 2019

Padi Padi Leche Manasu : Recensione


[Blog] Vaishali (Sai Pallavi) e Surya (Sharwanand) si amano e vivono una storia appagante. A un certo punto lei parte per il Nepal e il ragazzo rincontrando suo padre comincia ad avere dubbi sul futuro della sua relazione. La recensione nella sezione FILM

18 novembre 2016

Torino Film Festival 2016


La 34esima edizione del Torino Film Festival si svolge dal 18 al 26 novembre 2016. Innanzitutto un applauso fragoroso per il sublime poster ufficiale. In cartellone Raman Raghav 2.0, di Anurag Kashyap, con Nawazuddin Siddiqui e Vicky Kaushal. La pellicola era stata proiettata lo scorso maggio in prima mondiale a Cannes, nella sezione parallela Quinzaine des Réalisateurs. Trailer.

Aggiornamento del 24 novembre 2016 - Recensione di Pietro S. Calò, Ondacinema:
'La natura ipercinetica del soggetto è resa ancor più evidente dai continui cambi di scena che sono stati dettati, a dire del regista Anurag Kashyap, da un budget rispettabile ma non altissimo. Così, senza soluzioni di continuità, rimbalziamo dalle case borghesi ai dormitori scalcinati e umidi, dalle officine insalubri ai dedali di viuzze. (...) La droga performativa, a volte abbinata alla più preziosa cocaina, ammanta e connota gran parte degli aspetti messi in scena: la fotografia è calda ma sporchissima (due, diciamo, qualità delle droghe), con larghe zone d’ombra e elementi casuali di bellezza e di innocenza insostenibili allo sguardo e filtrati dagli spessi occhiali da sole anche di notte. Gli stessi movimenti sono frenetici ma incerti, sia quelli degli attori, poco coscienti del ruolo che gli è stato assegnato, eccetto Ramanna che è il vero regista del film, sia quelli della cinepresa, all’oscuro dello sviluppo delle azioni e perciò molto guardinga, marziale quasi, rigida e sempre pronta a scattare come una molla tesa al massimo. La colonna sonora, molto ben curata da Ram Sampath, è una sorta di concept-album che, ai bpm techno-rave delle discoteche, crea dei riverberi nel quotidiano, nel traffico, al supermercato, tra le incudini e i martelli delle officine o nei litigi dei reality show alla TV, fino a posarsi su note melodiche e strazianti di canzoni tradizionali che hanno per tema l'amore. E così l’Amore vince, suggerisce il nostro film. Schiacciando persone, cose, patti, regole e convenzioni, riesce nel suo intento che è l’unica sua ragion d’essere, costi quel che costi. A suo modo, una lezione morale in un mondo perfettamente rovesciato'.

18 agosto 2016

Masaan in Italia

A partire dallo scorso primo giugno, Masaan, diretto da Neeraj Ghaywan, è stato distribuito nelle sale italiane, doppiato nella nostra lingua, col titolo Tra la terra e il cielo. Masaan è interpretato da Richa Chadha e Vicky Kaushal. Proiettato in prima mondiale al Festival di Cannes 2015, sezione Un certain regard, Masaan si era aggiudicato due premi: Prix de l'Avenir e FIPRESCI. A Masaan è stato inoltre conferito il National Film Award per la migliore opera prima. Trailer

- Recensione di Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi, primo giugno 2016: 
'Al suo primo lungometraggio dopo un passato nel mondo del marketing, Neeraj Ghaywan prova ad andare controcorrente. Si fa alfiere di un cinema indipendente, lontano dallo strapotere dell’industria bollywoodiana. E perciò concentra gran parte della sua attenzione sulla dimensione sociale, la critica di un sistema che, nonostante tutte le trasformazioni economiche in atto, è ancora legato ad antiche concezioni discriminanti. La divisione in caste, che influenza ancora nel profondo i rapporti sociali, il peso della religione sulla valutazione morale dei comportamenti. E poi il maschilismo di sostanza, nonostante l’emancipazione femminile sembri andare di pari passo allo sviluppo economico. E poi, su tutto, lo spettro della corruzione e l’incanto demoniaco del denaro. (...) Ma se dal punto di vista degli argomenti, Ghaywan sembra volersi smarcare dalla scintillante produzione mainstream, il suo stile appare pienamente conforme, ben al riparo dal rischio di soluzioni personali, di traiettorie visive dirompenti. Il tono romantico, il linguaggio veloce e accattivante, una confezione di lucida pulizia, l’utilizzo diegetico della musica e delle canzoni. (...) Tutto rientra alla perfezione nei canoni estetici delle maggiori produzioni indiane. Eppure, per uno strano paradosso, è proprio questa convenzionalità di fondo a garantire la tenuta del film. Perché, sebbene il racconto a doppia traiettoria mostri a tratti un eccesso meccanico, Tra la terra e il cielo sa delineare con delicatezza e amore dei personaggi forti, memorabili, grazie anche agli interpreti. (...) Riscoprendo la magia del racconto, Ghaywan segue i suoi protagonisti sul filo di emozioni e sentimenti sinceri, toccanti. E, alla fine, ci lasciamo andare con tenerezza a questo gioco del destino e dell’amore, che si ferma al principio di tutto. Di un’altra storia, tutta da vivere'.

- Recensione di Cristina Piccino, Il Manifesto, 2 giugno 2016: 'Ghaywan costruisce un meccanismo narrativo semplice ma di grande forza, che utilizza una regia precisa, sempre accanto ai suoi bravi attori, senza retorica né sentimentalismi, e in questa infelicità diffusa mescola molti generi, dal melò al tragico al documentario specie nel modo di condurci negli spazi in cui si muovono i personaggi, in strada, tra i gesti di ogni giorno'.

- «Tra la terra e il cielo»: Ghaywan e il passaggio in India, intervista concessa a Luca Pellegrini, Avvenire, 2 giugno 2016: 
'«Lavoravo in una società - racconta il cineasta di Mumbai -, mi occupavo di economia, ma ero in crisi, avevo abbandonato tutto perché mi piaceva il cinema, da sei mesi i miei genitori non mi rivolgevano più la parola. Un amico mi aveva parlato dei ghat a Varanasi, le gradinate di pietra che conducono agli argini del Gange dove si incontrano i fedeli che si immergono nelle acque del fiume sacro e pregano e dove tradizionalmente vengono accese le pire per le cremazioni. Mi aveva spiegato che chi si occupa di cremare i corpi è privo di ogni emozione e gestisce il lavoro secondo codici antichissimi. Sono rimasto affascinato dal suo racconto. Ho cominciato così a immaginare la storia di Deepak, che appartiene alla casta degli intoccabili, i dalit, perché soltanto loro possono fare questo lavoro, considerato un atto impuro. L’idea era quella di seguire lo sviluppo anche emozionale di una persona che è a contatto con la morte ogni giorno».
Come si è preparato al film? 
«Ho studiato due anni quell’ambiente, mi sono trasferito a Varanasi per parlare con le persone che lavorano giorno e notte sui ghat, per osservarli, capire il senso del loro lavoro. A dire il vero, nemmeno gli indiani sanno molto degli addetti alle cremazioni. Per questo dovevamo essere molto precisi. Ho cominciato a scrivere la sceneggiatura, mettendo insieme i volti e le storie che avevo visto e ascoltato». 
È stato difficile girare le scene delle cremazioni? 
«All’inizio avevamo deciso di girare sui veri ghat ma poi abbiamo pensato che non sarebbe stato rispettoso per le persone che nel lutto piangono i loro morti. Così abbiamo trovato un ghat abbandonato e lì abbiamo allestito il set per girare le scene più intense». 
Mark Twain disse della città sacra di Varanasi: “È più antica della storia, più antica della tradizione, persino più antica della leggenda e ha l’aria di essere più antica di tutte e tre messe insieme”. Che cosa rappresenta per lei Varanasi?
«È conosciuta come la città dei morti, il luogo più sacro dell’India, dove la gente si prepara a morire perché per la religione induista solo così puoi accedere alla salvezza. Eppure la gente che ci lavora è talmente piena di vita! Parlano di tutto: di sport, cibo, politica, cultura, divertimento. Ho percepito un enorme contrasto. Ma Varanasi fino ad oggi era stata rappresentata al cinema come un luogo esotico o ancor peggio turistico, mentre io volevo descriverla così come è. Comunque il mio film non è sulla città ma sulla gente che vi abita. Volevo tornare all’umanità dell’India e alle sue contraddizioni e raccontarle dal punto di vista dei giovani».
I quali si trovano come accerchiati, però, dalla forza delle tradizioni. 
«Siamo una grande democrazia ma fronteggiamo ogni giorno la tradizione legata alla nostra cultura. Varanasi ne è lo specchio, il simbolo. Il film rappresenta questa realtà: c’è gente anziana ma anche giovani che affrontano questo stato di cose. Il nostro è un mondo soggetto al cambiamento. I ragazzi vogliono emanciparsi da queste imposizioni, si sentono prigionieri. Non a caso, ciascuno dei protagonisti del film desidera fuggire, magari solo dalla sua condizione. Poi c’è il problema delle caste, che nel nostro Paese è ancora grandissimo. Nessuno lo vuole affrontare perché è troppo complesso. Nel film il problema non è centrale, ma c’è. Deepak è un dalit, ambizioso, vuole affrancarsi da questo giogo, essere se stesso, innamorarsi della ragazza che gli piace. È un bravo studente, cerca un lavoro. Devi invece è tranquilla, vuole solo conoscere se stessa e amare il suo ragazzo. Ma anche questo in India può essere un problema, perché la nostra è una società protezionistica e protettiva». 
Ma lei nel suo film dimostra anche un profondo amore per l’India... 
«Sì, ma non voglio nemmeno passare per un nazionalista. Voglio solo riconoscere che ci sono cose giuste e cose sbagliate. Non giudico e non commento. C’è modernità e chiusura, gli anziani non amano che le tradizioni siano messe in discussione. Nel film c’è un poliziotto corrotto che ricatta il padre di Devi, il quale si trova nel mezzo di questi due mondi, perché è anche colto e progressista. Ma entrambi sono in una situazione di degrado: l’uno vuole evitare lo scandalo e uscire dall’umiliazione in cui lo ha portato il comportamento della figlia, e per questo accetta di corrompere, l’altro sfrutta questa debolezza. Sono tutti e due moralmente riprovevoli. Come regista ho cercato di mantenere una bussola morale». 
Ha affermato che il tema della morte aleggia su tutti i suoi personaggi. Perché? 
«Nel film c’è il tema della perdita, ma anche la necessità di affrontarlo in modo catartico. Non si tratta solo di perdere qualcuno di amato, ma di fare di tale perdita un modo per crescere, per diventare più saggi. È quello che succede a Deepak che accetta la morte improvvisa di Shaalu e a Devi che capisce il punto di vista del padre. Tutti e due aspirano a raggiungere un luogo. Per me il film è un racconto di formazione, in cui il dolore può essere positivo e non portare alla disperazione».
Nella scena finale, assai evocativa, i due ragazzi che poco prima si erano incontrati nel pianto, salgono su una piccola barca, al tramonto. 
«Due persone come loro, colpite così duramente, cercano di liberarsi dal peso del dolore. Hanno capito che quanto è successo loro in passato se ne sta andando e che sono finalmente liberi di poter affrontare il futuro, qualsiasi esso sia. La barca naviga verso uno dei luoghi più sacri per la religione indù, il Sangam, ossia la confluenza di tre fiumi, Gange, Yamuna e il mitico Saraswati: per loro è una meta anche metaforica, dove potrebbe avvenire la rigenerazione. Rasserenati, stanno pacificamente andando incontro alla speranza».'

Aggiornamento del 20 ottobre 2016: da oggi è in vendita il DVD di Tra la terra e il cielo. Nei contenuti speciali solo il trailer. L'audio è in italiano e in hindi con sottotitoli in italiano.

8 agosto 2016

Badlapur: recensione de La Stampa

Sriram Raghavan ha collaborato alla stesura della sceneggiatura di Badlapur - sceneggiatura basata sul romanzo L'oscura immensità della morte di Massimo Carlotto -, e ha diretto l'intrigante pellicola, interpretata da un cast di prim'ordine guidato dagli ottimi Varun Dhawan e Nawazuddin Siddiqui, distribuita nelle sale indiane nel febbraio 2015 (riscontrando un discreto successo di pubblico nonché il favore entusiasta della critica). Trailer.

Vi segnalo la recensione di Carlo Pizzati, pubblicata da La Stampa il 6 gennaio 2016:
'Può sembrare buffo immaginarsi i personaggi padovani di Silvano Contin, borghese al di sopra di ogni sospetto, e Raffaello Beggiato, criminale di medio livello, che si tramutano in due indiani della periferia di Mumbai con nomi come Raghu Pratap Singh e Liak Mohammed Tungrekar. Ma la città del Veneto prealpino ha qualcosa in comune con la terra desolata di Badlapur, stazione del treno a un’ora da Mumbai e titolo di un thriller di successo emerso quest’anno da Bollywood. Il noir indiano Badlapur è ispirato al giallo del padovano Massimo Carlotto, L’oscura immensità della morte, storia di crimine, vendetta e redenzione. Ma è anche una spietata critica a un sistema giudiziario che prevede il parere di vittime o parenti delle vittime per la domanda di grazia. (...) C’è da sorprendersi se un regista di successo di Bollywood scova nell’hinterland padovano personaggi che s’adattano così bene alla Nuova India? No, perché la struttura sociale da era post-industriale, le differenze di classe o di casta, la fragilità etica, ma soprattutto la disperazione e rabbia umane di fronte alla violenza sono universali. E dopotutto, come dice Salman Rushdie, gli indiani guardando gli italiani si sentono «di fronte a uno specchio dove possono ammirarsi come in una traduzione». (...) Ecco, magari nella sceneggiatura hanno dovuto limare il ruolo intermediario del prete cattolico, e trasformare la volontaria con giro di perle e villetta in una funzionaria di un’Ong. Ma è così sorprendente che un rapinatore omicida come Tungrekar si comporti con la stessa astuzia affamata, ma poi anche con la grandezza espiativa di un furbo Beggiato? Le differenze ci sono. Ma solo nei dettagli. Invece di mangiarsi la solita pasta, la famiglia nei ricordi del vedovo indiano si spazzola un contemporaneo «chili con carne» messicano, prodotto d’una globalizzazione alimentare che unisce le culture. Invece di parlare un italiano fin troppo ripulito per il contesto padovano come nel romanzo di Carlotto, sentirete dialogare in quel famoso hinglish da classe media, dove si miscela hindi e inglese. I poliziotti maneschi e sovrappeso sono gli stessi. La borghesia ben vestita con auto non troppo costose, ma nuove, ha colori un po’ più sgargianti nella versione Bollywood, piuttosto che nell’ambientazione veneta. Ed è pur sempre India, quindi spunta una specie di danza del ventre quando una prostituta cerca di sedurre il vedovo vendicativo con un ritmo bhangra-funky che unisce seduzione e rabbia. (...) Il film è girato bene, con ottimo montaggio, fotografia calda e precisa che dipinge questo purgatorio metaforico, nella suburra industriale tra Mumbai e Pune, sfondo di una storia che incrocia una rabbia legittima a un male senza senso, dove l’odio fermenta fino a snaturare in una crudeltà precisa e fredda. Con finale a sorpresa. (...) Oggi (...) la nuova Bollywood viene ad attingere per le sue storie anche tra gli angoli affaticati della nostra decadente Europa. Che in materia di riflessione sugli errori della contemporaneità, siano essi del sistema della giustizia o dell’ingiustizia sociale, è il caso di dirlo, ne ha da vendere'.

30 luglio 2016

FAN: RECENSIONE

[Blog] Fan, di Maneesh Sharma con Shah Rukh Khan, è il miglior film del 2016 (sì, un po' in anticipo).

15 luglio 2016

SULTAN: RECENSIONE

[Blog] Sultan, il nuovo film con Salman Khan, è stato proiettato in contemporanea mondiale a Milano. E noi c'eravamo!

26 febbraio 2016

JAZBAA : Recensione


[Blog] Recensione di Jazbaa, pellicola che segna il ritorno dell'unica vera diva del Cinema Hindi, la splendida Aishwarya Rai. Con Irrfan Khan e Shabana Azmi. Diretto da Sanjay Gupta.

8 gennaio 2016

Yevade Subramanyam, Baahubali, I e Yatchan : Recensioni

[Blog] Recensioni di alcuni dei film più interessanti delle cinematografie telugu e tamil nell'anno 2015. Con Vikram, Nani, Anuskha Shetty, Prabhas, Arya, Rana Daggubati e Tamannah. Yevade Subramanyam e Baahubali (telugu), I e Yatchan (tamil) i titoli da non perdere.

16 dicembre 2014

Qissa, The Tale of a Lonely Ghost : Recensione


[Blog] Recensione di Qissa: The Tale of a Lonely Ghost, bellissimo film di Anup Singh con Irrfan Khan, Tillotama Shome, Tisca Chopra e Rasika Dugal. Film che ha aperto la retrospettiva dedicata ad Irrfan Khan nell'edizione del River To River FIFF appena conclusa.

19 novembre 2014

Vellaiyilla Pattathari : Recensione


[Blog] Recensione di Vellaiyilla Pattathari (2014), il nuovo film con la star tamil Dhanush diretto dal debuttante Velraj. Nel cast anche Amala Paul e Saranya Ponvannan.

3 novembre 2014

Jatt & Juliet : Recensione


[Blog] Recensione di Jatt & Juliet (2012), simpatica commedia romantica della cinematografia in lingua punjabi. Con Diljit Dosanjh e Neeru Bajwa. Diretto da Anurag Singh.

22 ottobre 2014

Humpty Sharma ki Dulhania : Recensione


[Blog] Recensione di Humpty Sharma ki Dulhania, film romantico con Alia Bhatt e Varun Dhawan. Diretto dal debuttante Shashank Shukla al suo debutto cinematografico per la Dharma di Karan Johar.

24 maggio 2014

Le prime del 18 luglio 2014: Pizza

Non capita spesso che un film horror indiano venga ben accolto da pubblico e critica, varchi i confini nazionali, e si guadagni persino una recensione italiana positiva. È il caso di Pizza, pellicola in lingua tamil distribuita nel 2012, diretta dall'esordiente Karthik Subbaraj. UTV Motion Pictures e Bejoy Nambiar presentano ora il remake in hindi, diretto da Akshay Akkineni. Eccovi il trailer. Per non parlare dell'originale trovata promozionale di UTV: a fine testo, la (ehm) pizza recapitata a giornalisti e critici indiani.... Nel 2013 era stato distribuito il remake in lingua kannada dal titolo Whistle.

Riporto di seguito la recensione dell'originale tamil firmata da Diego Garufi e pubblicata da Everyeye il 2 gennaio 2014:

'È certo difficile etichettare un film come Pizza inscrivendolo all'interno di un solo genere. Infatti nella pellicola di debutto del regista Karthik Subbaraj ci troviamo di fronte ad una miriade di generi che vengono apparentemente inseriti alla rinfusa ma che seguono invece una ben precisa strutturazione. (...)
Subbaraj (...) mostra una buona capacità tecnica e riesce a dosare al meglio i colpi di scena inseriti nell'arco dell'intero film. Tutto accade per una ragione e sebbene ci siano alcune caratteristiche tipiche di un certo cinema regionale indiano che non possono essere eliminate, (...) il film scorre molto bene. Ciò che rimane ostico per il pubblico internazionale è il continuo cambio di registro con improvvisi passaggi da scene dal tono fortemente horror a scene quasi comiche. Cambi a cui il pubblico indiano è avvezzo e che anzi esige, portando così alla conseguente autarchia del cinema indiano, che gode di una distribuzione internazionale molto scarsa proprio a causa di questa differenza nella fruizione di un certo cinema spettacolare.
Pizza è un'operazione commerciale che ha modificato la percezione del cinema dell'orrore in India. Un'operazione quasi delirante per la quantità di cambi di genere che accadono nell'arco di sole due ore. Dalla commedia romantica all'heist movie passando per il thriller e l'horror fino al crime investigativo. Il tutto senza soluzione di continuità. Eppure questo amalgama schizofrenico funziona egregiamente, nonostante qualche inciampo nella parte iniziale che però guadagna un maggiore significato in rapporto agli eventi nella seconda metà della pellicola. Un film che merita di essere visto, nonostante le difficoltà che si possono avere se non avvezzi a questo cinema'.


29 aprile 2014

Highway : Recensione



[Blog] Recensione di Highway (2014), nuovo lavoro di Imtiaz Ali. Con Alia Bhatt e Randeep Hooda. Colonna sonora di A.R. Rahman.

21 aprile 2014

Total Siyapaa : Recensione


[Blog] Recensione di Total Siyapaa, divertente commedia degli equivoci con un cast di tutto rispetto : Ali Zafar (autore e interprete anche della colonna sonora), Kirron Kher, Anupam Kher e Yami Gautam. Diretto da E.Nivas.

19 aprile 2014

Hasee Toh Phasee : Recensione


[Blog] Recensione di Hasee Toh Phasee godibilissima commedia romantica interpretata da Parineeti Chopra e Sidhart Malhotra diretta dal debuttante Vinil Mathew.

3 marzo 2014

Le prime del 7 marzo 2014: Queen

Kangana Ranaut sembra tornata agli antichi fasti grazie ad un film confezionato su misura per lei: Queen, diretto da Vikas Bahl e prodotto da Anurag Kashyap e da Vikramaditya Motwane. Nel cast anche Rajkummar Rao, Lisa Haydon e Marco Canadea (attore svizzero di origine italiana). L'intrigante colonna sonora è composta da Amit Trivedi. Un gustoso assaggio nei brani Hungama Ho Gaya, London Thumakda, Badra Bahaar O Gujariya. Trailer.

Aggiornamento del 7 marzo 2014 - Vi segnalo l'entusiastica (****) recensione di Raja Sen, pubblicata oggi da Rediff: 

'This is a story of girl meets girl, and you should know upfront that this is not a love story. Unless, of course, we refer to the relationship between the audience and the protagonist. Because I dare you to watch Queen and not fall in love with the character. (...) What happens in this film isn’t as important as the way it does. The plot is a mishmash of Meg Ryan’s French Kiss and Sridevi’s English Vinglish, but [Vikas] Bahl’s treatment is fresher and more vibrant, and - incredible as this may sound - his leading lady is better. Kangana Ranaut is gobstoppingly spectacular. The actress has always flirted with the unfamiliar but here - at her most real, at her most gorgeously guileless - she absolutely shines and the film stands back and lets her rule. There are many natural actresses in Hindi cinema today, but what Ranaut does here, the way she captures both the squeals and the silences of the character, is very special indeed. Her character is built to be endearing and Ranaut, while playing her Rani with wide-eyed candour, is ever sweet but never cloying. It’s a bold but immaculately measured performance, internalised and powerful while simultaneously as overt as it needs to be to moisten every eye in the house. (...) Ranaut stays firmly and impressively in character. (...) Rajkummar Rao is perfectly cringeworthy. (...) This is a massively entertaining film, even though it does run too long, and Rani’s fun travails are bogged down by a sense of tokenism, by her friends being White, Black and Asian. (...) Everyone in this film is playing a supporting role, even the director. When nothing else works in the shot, you can turn unfailingly to Rani, besotted, and smile at her with an affection you saved for your teenage crushes. She’s a wonder. (...) She made Rani and much as Rani’s making her, and for that we must tip our hats. Ranaut always seemed like a misfit in mainstream Hindi cinema, a stunning but strange creature who belonged to a different jigsaw, but now our movies are beginning to catch up with her. Queen is a good entertainer, sure, but, more critically, it is a showcase for an actress poised to reign. This is one of those monumental moments when you feel the movies shift, and nothing remains the same. I've seen the future, baby, and it's Kangana'.

Aggiornamento del 28 marzo 2014: Queen ha doppiato i 50 crore di incassi ed è ancora saldamente in vetta al botteghino. Queen è forse il primo titolo, dai tempi del blockbuster Gadar del 2001, a registrare incassi superiori nella seconda settimana di programmazione. Ciò significa che un film interpretato da una protagonista femminile è riuscito finalmente ad infrangere l'abitudine criminale del mordi e fuggi nel primo fine settimana, a raffreddare la febbre da record immediato, e a ripristinare la buona sana tradizione della permanenza prolungata nelle sale, che vivifica la possibilità concessa a pellicole di nicchia di crescere, farsi notare ed attrarre un pubblico sempre maggiore. Era ora.

Aggiornamento dell'11 settembre 2015: ieri sera Kangana Ranaut ha presenziato alla prima di Queen a Parigi, città nella quale il film è stato parzialmente girato. L'edizione doppiata in francese verrà distribuita nelle sale a partire dal 23 settembre 2015 (in Italia 'ste cose mai, eh?). Video Paris Videostars. 

Parigi, 10 settembre 2015

28 febbraio 2014

Lucia : Recensione


[Blog] Recensione di Lucia, film sperimentale in lingua Kannada vincitore del Premio del Pubblico nella passata edizione del London Film Festival. Diretto da Pawan Kumar.

22 febbraio 2014

Chander Pahar: locandine, trailer e recensione

Chander Pahar, costosissimo film distribuito il 20 dicembre 2013, è, ad oggi, il campione d'incassi nella storia del cinema bengali. Al botteghino si è comportato dignitosamente anche al di fuori dei confini del Bengala occidentale: a Mumbai, ad esempio, pur subendo la concorrenza del blockbuster Dhoom:3, CP si è difeso bene. La pellicola è diretta da Kamaleswar Mukherjee e interpretata dal giovane divo Dev. La sceneggiatura si basa sul famoso romanzo omonimo d'avventure del 1937 di Bibhutibhushan Bandyopadyay. Le riprese sono state  effettuate quasi interamente in Sudafrica. Trailer. Vi segnalo la recensione firmata da Anjan Dutt, pubblicata da The Telegraph il 24 dicembre 2013:

'Sometimes films are produced for breaking new grounds. Temporary gains are unimportant. (...) Chander Pahar (...) I am certain will change the course of Bengali cinema in the next three years. The most expensive Bengali film till date (...) will inspire if not force the Bengali industry to be more dynamic in scale, thought, courage. And the actual returns of this film will be evaluated by the quality and success of films that will follow Chander Pahar in the next three years. (...) Kamaleswar Mukherjee will go down in history for braving the very difficult journey filled with risk but full of confidence. After a long time a Bengali film made me feel proud. (...) Almost 85 per cent of the film was spellbinding, gorgeous and filled with sheer good taste. (...) With Chander Pahar he [Kamaleswar Mukherjee] enters a different league where confidence and sheer hard work are evident in almost every frame. (...) I only wish editor Rabiranjan Maitra had done away with the frequent slow-mo and ramping, and resorted to just cutting, because they distract you from the pace of the narration. (...) Dev’s almost childlike fearlessness to conquer the unknown heightens the philosophy of the basic text. I was weary of the commercial star till the film started, but through the viewing was convinced that no one else could have played Shankar. (...) Dev combines sheer strength with utter vulnerability that works magic. (...) Dev’s entry into serious cinema succeeds superbly because he simply whacks the ball out of the field. Credit goes to Kamaleswar for using Dev’s vulnerability as his strength. (...) There have been many alterations of the original text, but most of them work immensely because the writer and director make it dramatic and believable. (...) There is so much inherent power in the visuals that a lesser elaborate and more haunting, minimalistic score perhaps would have been apt. (...) But the player who is literally responsible for the victory is (...) Soumik Halder. Here is a film from Bengal where almost 90 per cent of the cinematography is sheer brilliance. (...) Together with the production designer Nomonde Ngema, Soumik works out series of sequences where one does not need to hear anything but just keep watching. (...) To me it looks and feels far bigger than a 15crore project. Far glorious than many bigger budget Hindi adventures I have ever seen'. .