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29 agosto 2015

Rani Mukherjee: I got married in a Bengali way

[Archivio] Il 22 aprile 2014 Caterina riportava la notizia bomba del matrimonio di Rani Mukherjee e Aditya Chopra celebrato in Italia (clicca qui). Il 20 agosto dello stesso anno l'attrice rivelava la località esatta: Cortona, in provincia di Arezzo. In rete circolava la voce che la lussuosa struttura prenotata dalla coppia fosse Il Falconiere. I got married in a Bengali way, Rajeev Masand, CNN News18: 
'Talking about her D-day the actress says, "It was like a dream wedding, I might sound corny, what else could be the marriage of a Yash Chopra Bahu [nuora]? It had to be romantic and it was at an Italian country side, in a place called Cortona. It was one of the most famous places to get married. My wedding was attended by 20 people including my brother's kids and father's nurse. I got married in a Bengali way'."

22 aprile 2014

Rani Mukherjee a Aditya Chopra sposi in Italia


La notizia, che pareva un pesce d'aprile arrivato in ritardo, è ormai confermata da tutte le principali testate giornalistiche indiane. Dopo anni passati a smentire la loro relazione Rani e Aditya si sono finalmente sposati ieri con una cerimonia per pochi intimi tenuta segreta fino a questa mattina. Incontenibile il desiderio di conoscere la location italiana prescelta dalla coppia, indicata al momento solo come una "tranquilla località di campagna". Altro non si sa e la curiosità cresce, soprattutto per il fans italiani. Intatto twitter e internet si scatenano con messaggi d'auguri da parte delle altre celebrità, e articoli dedicati. Al momento non è rintracciabile in rete alcuna foto ufficiale dell'evento, se non alcuni scatti rubati alla coppia durante le celebrazioni di Diwali in casa Chopra. Congratulazioni agli sposi! E grazie per aver scelto il nostro bellissimo Paese!

13 aprile 2014

Il flusso inverso dei cervelli secondo il film Swades

[Archivio] 

Vi segnalo il lungo articolo Arrivano i nostri! Dal brain drain al brain gain: il flusso inverso dei cervelli secondo il film Swades, pubblicato da Crepuscoli Dottorali il 2 novembre 2012 a firma Aelfric Bianchi. L'autore, nella sua interessante analisi, affronta il tema della diaspora indiana e della sua rappresentazione nella cinematografia popolare in lingua hindi, soffermandosi su due titoli in particolare: Dilwale Dulhania Le Jayenge e Swades. Bianchi cita anche Lagaan. Di seguito un estratto:

'All’iniziale diffidenza, se non addirittura manifesta ostilità, nei confronti dei “traditori” NRI [Non Resident Indians], alla cui cultura ibridizzata erano contrapposti i valori puri e incontaminati dell’autentico desh agricolo, subentra una loro progressiva rivalutazione, che finisce per farne l’elemento portante di tutto un filone. Scherniti e derisi in una prima fase in quanto imitatori pedissequi dei “corrotti” costumi occidentali, (...) essi assurgono negli anni al ruolo di eroi positivi, capaci di contemperare nel migliore dei modi modernità e tradizione, importando in contesti “altri” proprio l’attaccamento ai principi e agli ideali patri che in passato erano accusati di aver rinnegato. 
A sancire l’inizio di questa nuova tendenza è senza dubbio Dilwale Dulhania Le Jayenge, (...) autentico cult movie ancor oggi amatissimo dal pubblico indiano. (...) La trionfale accoglienza da parte del pubblico indiano (locale ed espatriato) di Dilwale Dulhania Le Jayenge (...) è alla base del proliferare di film incentrati sulle figure di NRI visti nella loro duplice dimensione deshi e foreign, come portatori di un nuovo benessere ma al contempo strenui difensori dei valori più genuini della terra d’origine. (...)
 
Tra le numerose pellicole imperniate su personaggi di Indiani non residenti nella madrepatria, accomunate dai sermoni di acceso tono patriottico, dalle inderogabili sequenze di danza e canto e dalle scene di matrimonio, potrebbe a un primo sguardo confondersi anche Swades: We, the People. Sebbene ne condivida la tematica di fondo, tuttavia, questo film (...) se ne differenzia in maniera radicale sia sul piano prettamente stilistico e formale sia a livello di impalcatura ideologica. Nonostante la presenza di Shah Rukh Khan (...) e gli elogi unanimi della critica, ricevette un’accoglienza piuttosto fredda da parte del pubblico indiano, assurgendo invece a vero e proprio cult movie presso le platee di NRI disseminate nel mondo. (...) Ancora più evidente è il tentativo di contemperare le istanze tipiche del blockbuster (il cui successo è riconducibile a una vasta gamma di fattori, a cominciare dal costante superamento di nuove frontiere sul piano della spettacolarità, dall’offerta di un’esperienza cinematografica immediatamente gratificante a livello sensoriale e dalla capacità di intercettare i gusti, le tendenze e le opinioni più diffuse nella società) con quelle dei film “d’arte” e di superare la tradizionale incompatibilità con il mercato occidentale. (...) Swades (...) rivela nella sceneggiatura la propria diversità. (...) Al pari di Lagaan costituisce un’opera esemplare della svolta epocale ormai in atto nel cinema di massa indiano, raggiungendo un pubblico assai vasto senza cedere alle facili lusinghe dei grandi titoli commerciali, in genere poco amati dalla critica, maltrattati nei discorsi quotidiani degli spettatori “critici”, ritenuti superficiali e semplicisti nella rappresentazione della realtà, ma soddisfacendone comunque i gusti e i desideri e sottraendosi in tal modo al destino della maggioranza dei film “impegnati”, spesso visti soltanto in Occidente perché neppure distribuiti a livello locale. (...) Da non sottovalutare è poi l’assenza in quest’ultimo film di un “nemico” vero e proprio, subito riconoscibile come tale: il “male” risiede infatti nell’ideologia retrograda, nell’arretratezza e nella rassegnazione, ed è quindi un nemico interiore e senza volto, dai contorni non facilmente definibili. (...)
Il processo di cambiamento interiore del protagonista è indagato con finezza in profondità, a differenza di quanto avviene nella grande maggioranza dei film popolari hindi, che, riducendo o addirittura azzerando l’enorme varietà di identità sociali, regionali, etniche e religiose di cui si compone la società indiana, mirano piuttosto a creare una sorta di Eden omogeneo e uniforme, carente di riferimenti alla storia e all’attualità della nazione e popolato non tanto da “uomini reali”, quanto piuttosto da archetipi, modelli perfetti e tipi fissi, sostanzialmente stereotipati (l’Eroe e il Cattivo, l’Eroina e la sua Migliore Amica, il Padre Affettuoso e la Matrigna Crudele). (...) Grande attenzione il regista dedica inoltre all’analisi psicologica dei personaggi secondari, i quali non si limitano a incarnare semplici “maschere”, ma risultano investiti di una marcata impronta specifica e individuale. (...) 

La questione stessa delle caste è affrontata con inusuale garbo e in maniera assai approfondita, senza l’enfasi retorica - e la sostanziale superficialità - che caratterizza molti film bollywoodiani di tematica “sociale”: Mohan [il protagonista], pur opponendosi alle discriminazioni e ai pregiudizi implicati da un sistema che ritiene ingiusto e arretrato, fonda le proprie argomentazioni su motivazioni razionali, argomentandole e discutendole nello spirito di una critica costruttiva, evitando condanne iperboliche e spettacolari e mostrando sempre e comunque rispetto nei confronti di opinioni che non condivide ma che sa bene essere radicate da sempre nella mentalità indiana. Improntata al medesimo realismo è anche la rappresentazione pratica della miseria che si cela sotto la facciata luminosa di una nazione in continua e inarrestabile crescita e delle iniquità di cui essa è permeata. Esemplare in questa prospettiva è la sequenza della proiezione all’aperto di un vecchio successo bollywoodiano (...), con lo schermo che divide non solo simbolicamente gli abitanti del villaggio in due (i membri delle caste inferiori essendo costretti ad assistere al film da dietro), almeno finché non si celebra il miracolo salvifico del cinema, capace di abbattere ogni barriera e di unire tutto il pubblico, sia pure per un istante, in un entusiastico coro di approvazione. Senza dubbio una così atipica e massiccia presenza di agganci alla realtà sociopolitica contemporanea (...) può aver turbato spettatori avvezzi a cercare in prima istanza l’intrattenimento puro e una sorta di rifugio ideale per i propri sogni, contribuendo a determinare l’accoglienza non certo trionfale riservata a Swades. (...) Alla luce di simili premesse, può apparire per certi versi legittimo definire Swades come una sorta di anello di congiunzione ideale tra il filone cinematografico dedicato agli indiani espatriati e i film sociali e progressisti del periodo nehruviano. (...) Emerge dunque con chiarezza l’estrema complessità di un film che si presta a diversi livelli di lettura, capace di coniugare, pur con qualche pecca, intrattenimento leggero e denuncia sociale, spettacolarità e realismo, spirito patriottico e assenza di retorica. (...) Con Swades Gowariker ha saputo senza dubbio rinnovare un modello ormai ritenuto superato, affrontando con sensibilità temi cari a molti registi del periodo post-indipendenza, in particolare a quelli bengalesi: l’oppressione dei più deboli, le diseguaglianze sociali e gli stenti degli strati meno abbienti della popolazione indiana. Parallelamente, ha dimostrato come sia possibile sfruttare un filone consolidato, quello appunto imperniato sulla figura del NRI, in maniera originale. 

Significativa è in quest’ottica la scelta di Shah Rukh Khan nel ruolo di protagonista, in quanto l’attore deve molta della sua immensa popolarità anche fuori dai confini del Subcontinente alle sue numerose interpretazioni di indiani espatriati, a partire dal già menzionato Dilwale Dulhania Le Jayenge. Non a caso la sua prova si è meritata il plauso unanime della critica, che ne ha lodato l’intensità e la misura, a loro volta piuttosto inconsuete nella carriera di King Khan, avvezzo a far convergere su di sé l’attenzione degli spettatori, spogliando i suoi personaggi di ogni parvenza naturalistica per rivestirli di cliché di successo sperimentati, dalla postura fortemente evidenziata alla dizione enfatizzata e lontana dal normale parlato quotidiano, alla drammatizzazione del comportamento fisico e affabulatorio. In Swades, al contrario, la sua recitazione è composta e controllata, scevra di gigionerie anche nelle situazioni dove ci si attenderebbe un suo atteggiamento da “mattatore”. E non è da escludere che una simile anomalia possa a sua volta aver inciso sullo scarso successo commerciale del film, almeno presso il pubblico locale, favorendone al contrario gli ottimi risultati conseguiti in Occidente, non solo tra i migranti indiani. A differenza di quanto accade in numerose pellicole appartenenti al medesimo filone, inoltre, Shah Rukh Khan interpreta qui una figura più complessa, meno ancorata agli stereotipi tradizionali: Mohan incarna in sé, infatti, proprio quell’ambivalenza (...) perlopiù assent[e] nei personaggi dei film commerciali. Lacerato da dubbi e da contraddizioni, fino all’ultimo è preda del dilemma della scelta tra due alternative, nessuna delle quali è del tutto soddisfacente. La sua decisione di tornare nella madrepatria è l’esito di un lungo processo interiore e in quanto tale non si riduce a un mero atto aprioristico, alla conseguenza “naturale” della piena positività associata nel cinema popolare all’eroe. Il suo antagonista non è esterno; risiede piuttosto dentro di lui, nelle sue paure e nelle sue incertezze. Il “nemico” che si oppone al lieto fine non è il terzo vertice del classico “triangolo amoroso”, tanto sfruttato dall’industria bollywoodiana; e nemmeno è, secondo una tendenza assai diffusa, un NRI “cattivo”, che, con le sue perversioni e i suoi vizi, rappresenta l’esatta antitesi del protagonista; bensì è costituito dal suo stesso “lato oscuro”, da un bagaglio di sentimenti contrastanti così “reale” e dunque così estraneo al modello canonico. Con la sua definitiva risoluzione, Mohan non si limita certo a incarnare l’auspicio che al brain drain subentri il brain gain, facendo leva sulla nostalgia, e magari sui sensi di colpa, degli indiani espatriati, ma si spinge oltre, giungendo a indicare una via in grado di superare l’antinomia tra vecchio e nuovo, tra tradizione e modernità, tra Oriente e Occidente, pacificando i due estremi e dimostrandone la possibile coesistenza, in linea peraltro con un pensiero che antepone da sempre l’unità alle differenze'.

5 agosto 2012

Numero Unos - A survey of the top hit films: 1990s

Vi segnalo l'articolo Numero Unos - A survey of the top hit films: 1990s, di Rajiv Vijayakar, pubblicato da Bollywood Hungama il 26 luglio 2012. Finalmente incontriamo nomi di attori e registi in attività ancora oggi, ma soprattutto incappiamo in uno dei titoli leggendari della storia del cinema hindi: Dilwale Dulhania Le Jayenge. Inutile precisare che la pellicola è campione d'incassi del decennio, oltre ad aver infranto ogni record al mondo di programmazione (ha ormai celebrato le 800 settimane - avete letto bene). La coppia Kajol-Shah Rukh Khan conquista il pubblico indiano anche con Kuch Kuch Hota Hai (campione d'incassi nel 1998). Il trio regale dei Khan - Aamir (Dil e Raja Hindustani, campioni d'incassi nel 1990 e nel 1996), Salman (da protagonista in Saajan e Hum Aapke Hain Koun..!, campioni d'incassi nel 1991 e nel 1994) e Shah Rukh (DDLJ e KKHH) - si accinge a regnare su Bollywood. I registi (e sceneggiatori) Aditya Chopra e Karan Johan debuttano e incendiano il botteghino con DDLJ e KKHH. Particolarità: il campione d'incassi nel 1997 è Border, considerato ancora oggi uno dei migliori film di guerra in lingua hindi. L'articolo non li cita, ma vorrei ricordare:
- Rangeela (1995), clamoroso esordio a Mumbai del vulcanico regista Ram Gopal Varma, proveniente dall'industria telugu, e del geniale compositore tamil A.R. Rahman;
- la splendida Aishwarya Rai debutta su grande schermo nel 1997 con Iruvar (tamil), diretto dal mitico Mani Ratnam. 

'The Top Guns
It was a clear-cut triumph for Yash Chopra's 1995 Dilwale Dulhania Le Jayenge directed by his son and directorial first-timer Aditya Chopra, in this decade. The closest film that came to it was the 1994 Hum Aapke Hain Koun..! directed by Sooraj Barjatya. The other eight toppers were
1990: Dil, a love story directed by Indra Kumar
1991: Saajan, a love triangle directed by Lawrence D'Souza
1992: Beta, a family drama directed by Indra Kumar
1993: Aankhen, a crime caper directed by David Dhawan
[1994: Hum Aapke Hain Koun..!
1995: Dilwale Dulhania Le Jayenge]
1996: Raja Hindustani, a love story directed by Dharmesh Darshan
1997: Border, a partly dramatized real war story directed by J.P. Dutta
1998: Kuch Kuch Hota Hai, a love story marking the debut of Karan Johar and
1999: Biwi No. 1, a rom-com-cum-melodrama on infidelity directed by David Dhawan.
The derivative angle, however, increased a bit, and we are not talking just about the South remakes Dil, Beta and Biwi No. 1. Aankhen mingled elements of (...) Do Phool [1973], Hum Aapke Hain Koun..! (HAHK) was a skilful reinvention of the (...) '80s flop Nadiya Ke Paar and Raja Hindustani was a rehash of Jab Jab Phool Khile. Border, refreshingly, was a dramatized version of the battle for Longowal during the 1965 Indo-Pak war, and it became the first-ever Indian war film to mention Pakistan as the enemy. It is still considered the best Indian war film ever along with Chetan Anand's 1965 Haqeeqat.

Whizkid directors
With the media proliferating and various major changes happening, the decade became known as that of the whizkid directors - let us not forget that only 10 days of the 50-week run of Sooraj Barjatya's 1989 Maine Pyar Kiya happened in the '80s because of its late December release. When Sooraj's new film Hum Aapke Hain Koun..!'s quantum of success made Maine Pyar Kiya look like an average grosser (it ran for 150 weeks), and a year later Aditya Chopra came up with what is known India's longest-running film (now in matinee shows past the 800th week!!), the stage was set for directors to become brands as big as, if not bigger than, stars. Both these whizkids came from well-known film industry families and the hat-trick was completed by a third film industry scion, Karan Johar in Kuch Kuch Hota Hai.
Interesting all top directors in the '90s with the exception of Lawrence D'Souza (Indra Kumar and David Dhawan bagged two films each) had at least one relative already established in the film industry. Kumar and Dhawan were brothers of actors Aruna Irani and Anil Dhawan, the '70s star. Dharmesh Darshan was the son of filmmaker Darshan [Sabharwal], while J.P. Dutta was the son of writer-director O.P. Dutta, who wrote the dialogues of his film Border. D'Souza, however, was himself known as a gifted cinematographer before Saajan, his second directorial effort.
The Barjatyas as a clan, however, taught a thing or two about marketing to the industry. HAHK was the first film whose Home Video rights were withheld for six months or so after the film's release. This boosted the theatrical revenue. DDLJ started the Punjabi-ization of Hindi films, showcasing the culture in so alluring a light that from music to characters and lyrics to dialogues and locations, Punjab has dominated post-1995 cinema in a far bigger manner when Punjabi filmmakers and actors had been holding sway for decades!
HAHK and DDLJ also opened up the overseas territory for Hindi cinema as never before, and DDLJ made overseas shooting endemic. Soon, NRIs (non-resident Indians), especially stationed in Europe and USA, were the protagonists of rooted Indian stories. While Aditya openly admitted to inspiration from Sooraj, the fact remained that the Indian wedding became a huge cinematic attraction. More importantly, HAHK and DDLJ conclusively proved that a simple story could be made into a terrific film just by the lethal combo of a great director, super music (and lots of it!!), attractive stars and above all - that true hero of a film - the perfect screenplay where the three vital Quotients of Entertainment, Emotional and Intelligence were mixed in perfect proportions! Sooraj and Aditya themselves wrote their film scripts and soon big-name directors began to prefer writing or co-writing their own scripts, a trend that continues even today. (...)

Star breakthroughs
Star breakthroughs happened too. Aamir Khan got his first outside hit and follow-up to Qayamat Se Qayamat Tak with Dil, ditto Salman Khan with Saajan. Kajol's stardom was consolidated with DDLJ, (...) and Rani Mukherjee and Sushmita Sen got their careers on track with, respectively, Kuch Kuch Hota Hai and Biwi No. 1. DDLJ and Kuch Kuch Hota Hai consolidated SRK and Kajol as the new magic pair of the '90s. The two had a flop free tally with two other blockbusters, Baazigar (1993) and Karan Arjun (1995), which was the first runner-up to DDLJ that year. Salman Khan and Madhuri Dixit also came up with two winners - Saajan and Hum Aapke Hain Koun..!. Madhuri Dixit and Anil Kapoor came up with Beta four years after the '88 topper Tezaab. Individually, Dixit was the uncrowned Queen Bee with Dil, Saajan, Beta in a hat-trick and HAHK. Karisma Kapoor (Raja Hindustani, Biwi No. 1) and Kajol (DDLJ, Kuch Kuch Hota Hai) had two films each. Tabu had Border and Biwi No. 1. Salman Khan managed four films (Saajan, HAHK, Kuch Kuch Hota Hai, Biwi No. 1) and Aamir Khan (Dil, Raja Hindustani) two. The ruling Khan troika had made its impact, but no one knew that they would rule for more than a decade after the '90s too. Anil managed he solo Beta and the multi-hero Biwi No. 1. (...)

The runners-up
The runners-up showed a trend away from action and crime for most of the decade. 1990's second biggest hit was Ghayal, 1991 had Phool Aur Kaante, 1992 had Deewana, a violence-studded love triangle, 1993 saw Khal Nayak, 1994 had Krantiveer, 1995 had Karan Arjun and 1996 had Agni Sakshi. It was only in 1997 that Dil To Pagal Hai lost to Border, 1998 saw a rom-com Pyaar To Hona Hi Tha in second place, while 1999 saw Hum Saath-Saath Hain, as much a melodrama as Biwi No. 1 with four lead stars (Salman, Saif, Karisma and Tabu) (...) in common!

Mixed melody
Hit music rather than excellent melodies got bigger importance, despite (...) Jatin-Lalit's brilliant DDLJ and Kuch Kuch Hota Hai. (...) The tendency seemed to be more towards a single chartbuster that sold the album, like (...) 'Pardesi Pardesi' from Nadeem-Shravan's Raja Hindustani. (...) Sony Music entered the Hindi film scene with Kuch Kuch Hota Hai'.

Vedi anche Numero Unos - A survey of the top hit films: 1950s. Il testo raccoglie i link a tutti gli articoli della serie.

4 giugno 2012

Bollywood su Rai Movie: ciclo 2012

Da domani 5 giugno e sino al 4 settembre 2012, ogni martedì sera alle ore 21.00 Rai Movie proporrà un film hindi. Si parte con Kuch Naa Kaho (Un padre per mio figlio). Fra gli altri titoli: Aap Ki Khatir (Un fidanzato in affitto) il 12 giugno, Swades (Una luce dal passato) il 19 giugno, Thoda Pyaar Thoda Magic (Un pizzico d'amore e di magia) il 26 giugno, Kabhi Alvida Naa Kehna (Non dire mai addio) il 3 luglio. In programma anche Jodhaa Akbar (La sposa dell'imperatore) e Nanhe Jaisalmer (È tempo di sognare). Preciso che sono tutti titoli proposti da Rai 1 negli ultimi quattro anni. In prima visione sono in programma Rab Ne Bana Di Jodi (Un incontro voluto dal cielo) e Guru. Vi segnalo inoltre Nirakazhcha (La strada dei colori), in lingua malayalam, di Anish J. Karrinad, con Vincenzo Bocciarelli; nonché La maga delle spezie, produzione internazionale con Aishwarya Rai. Vi ricordo che lo scorso febbraio e lo scorso marzo Rai 4 aveva sorprendentemente presentato - in versione direi integrale - il mitico Dabangg.
Vedi anche:
- Bollywood: 100 di questi anni, 8 giugno 2013, ciclo 2013 su Rai 1 e su Rai Movie.