3 settembre 2015

Churni Ganguly: Nirbashito not only about Taslima Nasreen

Nirbashito è l'acclamato film scritto, diretto e interpretato dall'attrice Churni Ganguly (moglie del regista Kaushik Ganguly) al suo debutto dietro la macchina da presa. Nirbashito si ispira liberamente alla vicenda personale della scrittrice bengalese Taslima Nasreen che vive in esilio dal 1994. Non è chiaro se la pellicola sia già stata distribuita nelle sale indiane (almeno nel Bengala occidentale) oppure no, ma quest'anno si è comunque aggiudicata il National Award per il miglior film in lingua bengali. Trailer
Vi segnalo l'intervista concessa dalla regista a Anindita Acharya, pubblicata il 14 agosto 2015 da Hindustan Times. Nirbashito not only about Taslima Nasreen: Churni Ganguly:

'Nirbashito, which is about freedom of expression, was adjudged the best feature film in Bengali at the National Awards on March 24. The same day, the Supreme Court also struck down Section 66A of IT Act (which allowed arrest for offensive content on the internet).
Yes, it was a special day and I will never forget the date. After it was confirmed that Nirbashito has been conferred the National Award, I immediately called up Taslima. (...) She told me that the Supreme Court has scrapped 66A of IT Act. Freedom of expression won that day.

The film bears a strong resemblance to the life of Bangladeshi author Taslima Nasreen. Yet, you haven't named the protagonist in the film.
This is not a biopic on Taslima Nasreen. I have already mentioned that earlier. Since it's not a biopic, I haven't given the protagonist a name. A lot of fiction has been weaved into the story. The film talks about the power of woman. Her struggles start the very day she is born. If a woman has an opinion, she will be ostracised, which is also a kind of exile. A country comprises men and women. If we take away the freedom of expression from a woman, it's also a kind of exile... it's the death of democracy. If I can't express my opinion freely, I gradually cease to form opinions. Even in today's society, women hesitate to form a free opinion. So, the film speaks for those women who have gone ahead and expressed their opinion. It speaks of gender equality and patriarchy. Many women who can't protest have found a voice in Taslima. So, the film is dedicated to every woman.


Why did you choose the subject for your debut film?
The banishment of Taslima inspired me. She leads a claustrophobic life yet never stops voicing her opinion. Kaushik (Ganguly) had earlier thought of making a film on the subject. We have been toying with the idea for a long time. Somehow it didn't happen. I told him that I want to work on the idea. The concept of the film might make people think but there's nothing controversial in the film.

Everything about exiled author, Taslima Nasreen, is controversial.
All I can say is that has a human story. It speaks of motherly love that the author has for her pet cat. I have given an insight into the exiled author's life through her poetry. Whenever we speak of Taslima, we tend to bring in controversial elements into it. But at the end of the day she is a human being and I have tried to explore those facets of her personality. The controversial elements of her life have garnered a lot of attention, so I didn't feel the need to explore them again. There are scenes where we present Taslima's opinion too. It's a balanced film. One must know what goes against her and also what she stands for. However, I don't endorse banishment. I believe you can have an opinion not similar to her opinion, but there are other ways to answer that. There's a dialogue in the film which says burning vehicles on the road is not a way to protest. There's another dialogue which says invariably that sword wins. But I believe the pen should win. There can be debates, write ups but not banishment.


Banishment reminds us of author Salman Rushdie and artiste Maqbool Fida Husain.
One has the freedom of expression and at times, it might hurt another person. But he or she shouldn't be ostracised. It's not possible to pacify everyone. Banishment is not the way. There has to a softer way to deal with it. When you ban a film, the curiosity to watch the film increases manifold. So, whenever the film is available on the internet, everyone jumps in to watch it. My film is a tribute to Maqbool Fida Husain. Salman Rushdie also gets mentioned in a pivotal scene.

What was Taslima Nasreen's reaction after watching the film?
It was an emotional moment for her. She didn't react to the fact that we haven't used her name because she knew the film has a lot of fiction. We have taken cinematic licence to make the film.

What made you cast yourself in the lead role?
Initially, I didn't want to cast myself in my debut film. I wanted to take somebody who bears resemblance to Taslima. During the narration, a few of my friends from the film fraternity told me that I am apt to play the character. Since I was also the director, I had to write a lot of directorial inputs in the script so that my team had no difficulty in understanding my suggestions while shooting the film.

The concept of the film belongs to Kaushik Ganguly. How did he help you while making the film?
After I narrated the first draft of the film, he was so pleased that he wanted to make a film on it. But I refused to part with it (smiles). When we went into pre-production, he was busy with Apur Panchali. Both of us shared the same directorial team and it was chaos. He went away with the directorial team to shoot for Khaad. I was really upset at one point. But later, he was proud of the fact that I had managed everything on my own'.

1 settembre 2015

MoliseCinema Film Festival 2015

La 13esima edizione del MoliseCinema Film Festival si è svolta a Casacalenda dal 4 al 9 agosto 2015. L'attrice Vishakha Singh ha partecipato alla manifestazione.

Giffoni Film Festival 2015

Dal 17 al 26 luglio si è svolta l'edizione 2015 del Giffoni Film Festival. In concorso Margarita with a straw, diretto da Shonali Bose e interpretato da Kalki Koechlin.

Bollywood e Nollywood

Lo scorso 15 luglio nelle edicole italiane era stato distribuito il dvd Bollywood e Nollywood, nell'ambito dell'opera editoriale Lezioni di cinema pubblicata da La Repubblica/L'Espresso.

Jhumpa Lahiri: In altre parole

A fine gennaio Guanda ha pubblicato il saggio In altre parole, la prima opera scritta direttamente in italiano da Jhumpa Lahiri. Dal 2011 l'autrice vive (anche) a Roma con la famiglia. Vi segnalo l'intervista concessa da Jhumpa a Fulvio Paloscia, pubblicata da La Repubblica il 5 giugno 2015. Jhumpa Lahiri, "l'italiano una scelta di libertà":

'Benvenuta nel Paese di Salvini.
L’altro giorno, a Roma, in una piazza stavano giocando a calcio. La palla mi è capitata tra i piedi, e l’ho resa a quei ragazzi, che mi hanno ringraziata con un “thank you”. Mi sono chiesta: quanto si voleva sottolineare il fatto che io sono straniera? Cosa vuole dire essere italiani? Essere bianchi? Ecco, questa è solo una sfumatura di un fenomeno preoccupante in un’Italia che mi ha dato tanto. Sono ottimista: questo Paese è in trasformazione, e troverà un equilibrio.

Il suo amore per l’Italia è nato dalla lingua, in un viaggio a Firenze.
La storia della città, le conversazioni che ascoltavo per strada, la cadenza (e il fatto che il nostro albergo fosse a pochi passi dalla casa di Dante) si sono connesse in un’ossessione. Una volta partita da Firenze, dove ero arrivata per studiare l’architettura rinascimentale, la lingua ha rappresentato per lungo tempo la città e ciò che di inspiegabile mi aveva lasciato addosso. L’aver studiato latino forse mi aveva predisposta all’italiano, però ho capito subito che questa lingua mi aspettava e attraverso di essa anche questo Paese, la sua cultura, erano ad attendermi. 

Era destino, insomma.
L’italiano dà voce al mio desiderio di libertà creativa. È una lingua che ho scelto io, una lingua del disagio visto che devo fare un notevole sforzo per parlarla e scriverla: la mia incertezza nel trovare la parola giusta tra mille tentativi è però anche sperimentazione. Certo, nello scrivere in italiano c’è anche una costrizione dettata, ad esempio, dall’attenzione continua alla costruzione grammaticale. Ma considero la costrizione una condizione propizia per la creatività. 

Lo studio dell’italiano l’ha spinta a leggere ed amare i romanzi di Elena Ferrante.
Ammiro moltissimo la scelta di non essere, perché rappresenta la libertà totale, conferisce una maschera efficace, una barriera potente. La mia scelta linguistica ha una motivazione simile, anche io nell’uso dell’italiano provo questa protezione. Uno scudo da me stessa, una sana distanza.

L’italiano ha influito sul suo scrivere in inglese?
Non lo so. Sono tre anni che utilizzo l’inglese solo per la corrispondenza privata e di lavoro. Adesso mi godo questa bolla in cui riesco a parlare, pensare, sognare in italiano. La vostra lingua è come l’ossigeno: un bisogno, un’esigenza, perché rappresenta una trasformazione. Come scrittrice e come persona.

A cosa è dovuto il rifiuto dell’inglese ?
La libertà è troppo preziosa. Tutti gli artisti prima o poi sono in fuga: io per troppo tempo ho cercato il mio punto d’origine, e nell’italiano questo punto non c’è. Percepisco uno scarto tra me ed ogni lingua della mia vita: non leggo il bengalese, l’inglese non appartiene al cento per cento ai miei genitori. Tra me e l’italiano, addirittura, c’è un abisso. Ma è stata una scelta e, come dice Pavese, anche se difficili le scelte sono sempre piacevoli, non opprimono.

Tradurrà lei In altre parole?
No, l’ho affidato ad altri. Mi sembrava di fare un passo indietro, un ritorno, ma io voglio andare avanti. Volevo che la traduzione fosse uno specchio vero del mio italiano e non una specie di italiano inesistente. Adesso ho davanti due libri che mi paiono diversissimi tra di loro.

Anche la copertina di un libro, tema di cui parlerà nella lectio magistralis [a Firenze per il Premio Gregor von Rezzori], è una traduzione, in immagini.
È una maschera. Può ingannare, può tradire, perché deve rappresentare un’opera anche metaforicamente. È stato un analogo saggio di Lalla Romano a ispirarmi questo argomento: è un tema che ha implicazioni molto profonde per uno scrittore, eppure nessuno ne parla. La copertina è la superficie del libro, ma non è superficiale. È come la pelle. È l’identità, che è il tema di tutti i miei romanzi, dove da sempre mi chiedo chi sono, come sono percepita. È struggente affrontare una copertina quando un tuo libro viene pubblicato. Rappresenta la prima lettura collettiva di ciò che hai scritto, percepisci che il libro andrà in mano a un pubblico che non conosci. E dal quale magari vorresti difenderti. 

In Italia è stata fortunata: le copertine di Guanda sono di un artista d’eccezione, Guido Scarabottolo.
Mi sono sentita rappresentata dal suo tratto semplice, suggestivo, leggero. C’è un’ambiguità che amo. Mi piacerebbe molto far parte di una collana con uno schema che si ripete. Cerco da sempre l’uniformità, l’appartenenza. Ma lo spaesamento fa parte anche del mio destino editoriale. 

Il vestito dei libri è il titolo della lectio. E spesso nei suoi libri gli abiti sono metafora della disappartenenza. Nelle pagine di In altre parole il suo amore per la lingua italiana è raccontato attraverso lo smarrimento di un golfino nero.
Nel testo che leggerò a Firenze spiego l’origine del rapporto conflittuale con le mie copertine attraverso i vestiti, che per me hanno avuto un significato ben oltre la moda. Da piccola il mio armadio era diviso in due: abiti indiani, abiti occidentali. Quando andavo a Calcutta in visita ai parenti, non mettevo vestiti occidentali perché non volevo essere considerata diversa. Ogni bambino vive la diversità dai suoi coetani come una condanna. Agognavo le divise scolastiche dei miei cugini, che davano identità e al tempo stesso ti confondevano tra mille studenti vestiti uguali. Conferivano anonimato. Già allora cercavo l’invisibilità, ma tutto invece mi rendeva “altra”. Sempre. Forse sono diventata scrittrice per sentirmi invisibile. Mentre scrivi sei solo mente, interiorità. Lì l’aspetto non c’entra'.

Zoom: le riprese in Italia

Lo scorso giugno la troupe del film in lingua kannada Zoom, diretto da Prashant Raj e interpretato da Ganesh e Radhika Pandit, era in Italia per girare alcune sequenze. I set sono stati allestiti il 21 giugno a Milano, il 23 a Pisa, il 24 al Lido di Camaiore, il 26 a Lecco (lungolago, Piazza Mario Cermenati, campanile della Basilica di San Nicolò), il 27 e il 28 ancora a Milano. Altre location: Forte dei Marmi e San Gimignano.
Lecco, il lungolago e le piazze del centro set di un film indiano, Caterina Franci, LeccoNotizie, 26 giugno 2015:
'“Questa città [Lecco] è spettacolare - ci ha raccontato uno dei protagonisti, l’attore Ganesh - il campanile è bellissimo, salire è stato faticoso ma una volta lassù... incredibile! Pochi giorni fa siamo stati a Pisa e abbiamo girato sulla torre, sappiamo che è famosa ma la vostra non ha nulla da invidiarle!”
Video dei brani Kunniyuva, Naina e Hey Diwana.


Lecco, Piazza Mario Cermenati



Lido di Camaiore

Pisa

30 agosto 2015

Besh Korechi Prem Korechi: le riprese in Italia

Lo scorso giugno la troupe del film in lingua bengali Besh Korechi Prem Korechi, diretto da Raja Chanda e interpretato da Jeet e da Koel Mallick, era in Italia per girare alcune sequenze. I set sono stati allestiti all'Expo di Milano (padiglioni Cina e Brasile, Decumano), il 17 e il 18 giugno, e nei giorni successivi a Gressoney. Video dei brani Besh Korechi Prem Korechi e Oi Tor Mayabi Chokh.







Valle d'Aosta

Valle d'Aosta

Sonam Kapoor a Fiesole: evento Bulgari

Lo scorso giugno Sonam Kapoor era a Fiesole, presso la Villa di Maiano, ospite di Bulgari. Fra le celebrità presenti, anche Isabella Ferrari.

The Hundred-Foot Journey: locandina e trailer italiani

[Archivio] Il 9 ottobre 2014 era stata distribuita in Italia la pellicola internazionale The Hundred-Foot Journey, diretta da Lasse Hallström, adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Richard C. Morais. Il film, prodotto da Steven Spielberg e Oprah Winfrey, è interpretato da Om Puri e Helen Mirren. Juhi Chawla regala un cameo. La colonna sonora è composta da A.R. Rahman. Il titolo italiano è Amore cucina e curryTrailer. Il DVD è attualmente in vendita nei negozi del nostro Paese. Il romanzo tradotto è pubblicato da Neri Pozza Editore.

Divi indiani a Venezia

Lo scorso 13 giugno a Venezia si è celebrato un fastoso matrimonio indiano. Fra gli ospiti celebri: Karan Johar, Jaya Bhaduri (e la figlia Shweta), Neetu Singh, Gauri Khan e Manish Malhotra.




Kalyan Ray: Una casa di acqua e cenere

Da qualche mese è in distribuzione nelle librerie italiane Una casa di acqua e cenere, di Kalyan Ray (terzo marito di Aparna Sen), pubblicato da Casa Editrice Nord. Segnalo l'intervista concessa da Ray a Maria Tatsos, pubblicata lo scorso 14 gennaio da Elle:

'Abbiamo incontrato lo scrittore in occasione del lancio del suo libro in Italia. Si è presentato con una copia della sua opera e un enorme quaderno dalla copertina rossa, dai fogli di carta spessa finemente ricoperti della sua calligrafia. «Sa cos’è questo?», mi chiede. «È uno dei quaderni su cui ho scritto il mio libro».

Scusi, sta dicendo che ha scritto un romanzo storico di cinquecento pagine a mano su un quaderno?
Non su uno, ma su nove blocchi come questo, che si trovano solo in India. Sono abituato a lavorare così. Scrivo, prendo appunti, segno con l'inchiostro verde le idee che voglio assolutamente tenere nella stesura finale.

Quanto tempo ci ha messo a scrivere Una casa di acqua e cenere?
Circa quattro anni. Ma per idearlo me ne sono serviti sei. Tutto è iniziato con la notizia di un omicidio, realmente accaduto vicino a New York, che mi ha ispirato... Naturalmente ho cambiato in nomi e l’ho romanzato, altrimenti si rischiano querele.

Lei è indiano, è cresciuto a Calcutta, ma la sua famiglia è originaria del Bangladesh. Come il personaggio di Kush. Quanto c’è di autobiografico in questo libro?
Molto. Fin da piccolo, ho imparato cosa significa perdere la propria patria. Il concetto di identità e di perdita mi sono familiari.

Il romanzo intreccia temi universali, come l’amicizia, la famiglia, il destino, in uno scenario storico molto ampio. Come mai questa scelta?
Sono molto interessato alla Storia, e al tema delle grandi migrazioni. Il Cinquecento è stato il secolo delle esplorazioni, il Seicento e il Settecento della colonizzazione europea. Infine, l’Ottocento è stato il momento delle grandi ondate migratorie. Chi partiva allora, lo faceva in condizioni ben diverse da quelle attuali. Gli italiani che hanno lasciato Boscotrecase - un paesino vicino a Napoli, che cito nel libro - per raggiungere Boston sapevano che non avrebbero mai più avuto la possibilità di rivedere il paese natio. Il tema dell’esilio emerge nella quotidianità. Per esempio, nel cibo: un piatto tradizionale, lontano dalla patria, non ha lo stesso sapore.

Nel suo libro, sceglie di accostare indiani e irlandesi: perché?
Storicamente, molti irlandesi sono venuti in India, come Padraig, al seguito degli inglesi. All’inizio, erano solo gli uomini a emigrare, e le autorità locali incoraggiavano i matrimoni misti, fra europei e indiani. Robert Jenkinson, primo ministro inglese sotto due sovrani, era bengalese da parte materna. Solo con l’apertura del canale di Suez, nel 1869, iniziano a giungere in India i missionari e le donne europee. Da questo momento in poi, è considerato poco opportuno sposare donne indiane. Gli anglo indiani, cioè i discendenti dei matrimoni misti, perdono il proprio status. Molti di loro, e anche tanti irlandesi, in India lavoravano per la polizia britannica. Come il personaggio di Tegart, realmente esistito, che dopo il suo incarico in India fu trasferito in Palestina, dove è entrato nella Storia per aver inventato la tecnica di tortura del water boarding. Eppure, malgrado gli irlandesi in India fossero schierati con gli inglesi, la loro lotta per l’indipendenza in patria ha ispirato molti patrioti indiani. Il massacro di Jallianwala Bagh, nel 1919, che ho inserito nel romanzo, è un fatto storico reale: a dare l’ordine di sparare contro una protesta pacifica di indiani inermi, ad Amritsar, in Punjab, furono due irlandesi. Uno di loro, il governatore Michael O’Dwyer, fu ucciso nel 1940 a Londra da un indiano, che vent’anni prima era un bambino sopravvissuto a quel massacro.

Nel suo romanzo, non mancano gli orfani: la morte sembra colpire con crudeltà i suoi protagonisti. Come mai?
Il libro racconta storie di immigrati, gente povera, e la mortalità fra di loro era molto più alta. A volte, ai bambini non veniva dato un nome ufficiale se non a 12 anni, quando erano sopravvissuti alle malattie. Fino ad allora, si usavano nomignoli familiari. Nelle fabbriche, gli immigrati erano i più vulnerabili e a rischio di morte: lavoravano in condizioni di scarsa sicurezza e se scoppiava un incendio nessuno si preoccupava di proteggerli. Per raccontare una storia aderente alla realtà, non potevo prescindere dal far morire alcuni personaggi'.

Sonam Kapoor alla sfilata di Giorgio Armani a Parigi

Lo scorso gennaio Sonam Kapoor è stata ospite di Giorgio Armani alla sfilata dello stilista a Parigi.

Rana Vikrama: le riprese in Italia

Lo scorso gennaio la troupe del film in lingua kannada Rana Vikrama era in Italia per girare alcune sequenze. Nel dettaglio: il 26 gennaio a Milano, poi a Levico Terme (Grand Hotel Imperial), e il 28 gennaio al Muse di Trento e nel centro storico della città. RV è diretto da Pavan Wadeyar e interpretato da Puneeth Rajkumar. Vi segnalo il video del brano Ranavikrama.

Capri Hollywood International Film Festival 2014

[Archivio] Il Capri Hollywood International Film Festival 2014 si è svolto dal 26 dicembre 2014 al 2 gennaio 2015. Shekhar Kapur era il presidente della giuria.

Movie Mag e Bollywood

[Archivio] La puntata del 27 novembre 2014 di Movie Mag, programma televisivo diffuso da Rai Movie, era parzialmente dedicata al cinema popolare hindi.

29 agosto 2015

Herogiri: le riprese in Italia

[Archivio] Nell'ottobre 2014 la troupe del film bengali Herogiri era in Italia per girare alcune sequenze. Capri e Milano fra le località prescelte. Herogiri è diretto da Ravi Kinagi e interpretato da Dev e Koel Mallick, due attori ormai di casa nel nostro Paese. Video dei brani Maria e Janemon. Le fotografie ritraggono i set allestiti a Capri.




Asiatica Film Mediale 2014

[Archivio] La 15esima edizione dell'Asiatica Film Mediale si è svolta a Roma dal 26 settembre al 4 ottobre 2014. In cartellone Ankhon Dekhi di Rajat Kapoor. Il regista ha partecipato all'evento.

Yamaleela 2: le riprese in Italia

[Archivio] La troupe del film telugu Yamaleela 2 era in Italia, a fine luglio 2014, per girare alcune sequenze fra Trento, Riva del Garda, Arco, Madonna di Campiglio e pare anche Milano. Y2 è diretto da S.V. Krishna Reddy e interpretato da K.V. Satish e Diah Nicolas. Video del brano Prana Bandama.

Rani Mukherjee: I got married in a Bengali way

[Archivio] Il 22 aprile 2014 Caterina riportava la notizia bomba del matrimonio di Rani Mukherjee e Aditya Chopra celebrato in Italia (clicca qui). Il 20 agosto dello stesso anno l'attrice rivelava la località esatta: Cortona, in provincia di Arezzo. In rete circolava la voce che la lussuosa struttura prenotata dalla coppia fosse Il Falconiere. I got married in a Bengali way, Rajeev Masand, CNN News18: 
'Talking about her D-day the actress says, "It was like a dream wedding, I might sound corny, what else could be the marriage of a Yash Chopra Bahu [nuora]? It had to be romantic and it was at an Italian country side, in a place called Cortona. It was one of the most famous places to get married. My wedding was attended by 20 people including my brother's kids and father's nurse. I got married in a Bengali way'."

Mostra del Cinema di Venezia 2014

[Archivio

La 71esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia si è svolta dal 27 agosto al 6 settembre 2014. La nota scrittrice Jhumpa Lahiri era membro della giuria nella selezione ufficiale. L'India ha avuto più di un motivo per celebrare: 
- Court (lingua marathi, hindi, inglese e gujarati), di Chaitanya Tamhane (classe 1987), ha vinto il premio per il miglior film nella sezione Orizzonti e il premio Luigi De Laurentiis per la migliore opera prima.
- Il film muto Asha Jaoar Majhe (produzione bengali ispirata a L'avventura di due sposi di Italo Calvino), di Aditya Vikram Sengupta, è stato proiettato nell'ambito della rassegna autonoma Giornate degli Autori, e si è aggiudicato il premio per il miglior regista esordiente. 
Segnalo inoltre Words with Gods, pellicola internazionale che raccoglie nove storie dirette da registi diversi, fra cui Mira Nair.

Chaitanya Tamhane


Vivek Gomber


RASSEGNA STAMPA/VIDEO

- Video ufficiale del conferimento dei premi a Tamhane (minuto 6.40 e minuto 9.00). 
- Recensione di Court di Renato Loriga, Sentieri Selvaggi, 4 settembre 2014:
'Diventa presto chiaro, però, che l’apparente semplicità del film cela un discorso ben più profondo e stratificato. (...) Ciò che importa al regista però non è l’intrattenimento: le scene di tribunale si svolgono con distesa tranquillità, quasi con noia. Gli elementi procedurali vengono discussi, ma non portano a nessuna soluzione. Sembra quasi che, tanto il giudice quanto gli avvocati non siano poi così coinvolti dal caso in discussione, come invece ci hanno abituati innumerevoli film occidentali dello stesso genere. La scelta compositiva di Tamhane si configura innanzitutto come programmatica e solo in secondo luogo estetica: facendo unicamente ricorso alla camera fissa, col passare del tempo vediamo come la mdp non segua la trama o i suoi protagonisti. Quando la loro udienza è finita ed essi escono dalla stanza, la camera indugia ancora sulla stanza, mentre altri personaggi e altre udienze iniziano. Questi minuti all’apparenza inutili, che tradiscono le aspettative verso un risolversi del plot principale, sono come uno scossone al film intero, che esce da presunte traiettorie obbligate per mostrare come accanto ad una storia ne esistono centinaia di altre. Se in primo momento siamo portati a pensare che [l'imputato] e il suo avvocato difensore siano i protagonisti, presto il film sembra dimenticarli, interessandosi invece alla quotidianità del pubblico ministero e del giudice, al di fuori del loro lavoro in tribunale. Vengono mostrati insieme alle loro famiglie, nelle loro abitazioni, nell’atto di compiere i più semplici e, per noi spettatori, inutili gesti. Lavorando per sottrazione drammatica, Tamhane confeziona un film dall’alto valore politico, scardinando le fondamenta di un genere codificato come il courtroom drama, per firmare una forte accusa non dichiarata delle assurdità del sistema giuridico indiano, che si accompagna a un più ampio, ma sottile, discorso sociale e politico. Ogni personaggio riceve non tanto un approfondimento psicologico quanto uno studio d’ambiente. Con fare documentaristico, ognuno è ritratto nei suoi luoghi, al di fuori dell’aula di tribunale, dove mostra non la sua veste ufficiale ma i panni di uomo o donna qualunque, di essere umano. E di fronte a queste scene, spesso configurate come composizioni ad ampio respiro dove più punti di fuga e nuclei d’azione hanno luogo all’interno della stessa inquadratura, ogni persona si fa uguale, allo stesso modo ridicola e inerme, di fronte all’incomprensibilità del sistema'.

Aditya Vikram Sengupta, Venezia 2014

- Recensione di Court di Mayank Shekhar, Open, 7 gennaio 2015:
'The best Indian film I saw in 2014 was a Marathi movie. (...) Despite its setting, Court isn’t exactly a courtroom drama, at least not in the way we know it from movies that are so self-aware of being part of a well-meaning, preachy genre. (...) This is an anti-genre film. Since there is no such term, we call them art-house movies! It’s also easy to mock or berate the ‘system’ or expose its rottenness from the inside. Court, a deeply humanistic account, delves into the lives of those who comprise that ‘system’: whether it’s the public prosecutor, the defendant, a human rights activist, or the judge. Just the patient unravelling of the characters’ regular, mundane day puts Court on par with the finest in contemporary world cinema'.

Mira Nair

- Recensione di Court di Raja Sen, Rediff, 17 aprile 2015, *** 1/2:
'An Indian courtroom is not a place you want to be. (...) It is in this world that Chaitanya Tamhane's impressive directorial debut Court is set, and the director takes his time making us watch paint dry. (...) Tamhane, who dwells on every detail, makes it clear that the tiny technicalities matter while the big picture is much less important. Court, similarly, works far better in parts than as a whole. A highly understated film, it features some marvellous vignettes illustrating class divide and changing mindsets. (...) The film's cast is inspiringly good. (...) Vivek Gomber, also the film's producer, is impressively understated as the defence attorney, but his performance is marred by the way he self-consciously wears his belly like a costume, drawing attention to it and sticking it out, completely at odds with the rest of his character. A constant problem with Court, however, lies in just how ghastly the film's extras are, with almost every person in a non-speaking role doing a jarringly bad job. (...) Tamhane's predilection for making a shot tick on longer than we expect - or, indeed, than it should - is an interesting way to build up audience discomfort but the extras squirm harder than we do'.

Jhumpa Lahiri e Carlo Verdone

- Recensione di Court di Rahul Desai, Mumbai Mirror, 3 giugno 2015, **** 1/2:
'Chaitanya Tamhane (...) constructs, with stunning authenticity, a grassroots trial that lays bare the follies of a profession subject to eternal cinematic exaggeration. (...) Tamhane creates an illusion of going behind the scenes; everyday lives are captured with the murky pragmatism of a docudrama. (...) In combining this unsettling level of realism with fiction, in telling a story without having to read it out, the mirror he casts on Indian law-keepers is unsparing, almost patronizing. Court is the movie equivalent of a film critic sitting back and smirking, quietly bemused, at mediocrity unfolding on screen. (...) Tamhane, unlike most directors, doesn't feel the need to celebrate his culture and craft. He creates a self-explanatory portrait, with views for everyone to see. The painstaking strength of this film could also be misconstrued as its weakness; Court is perhaps so good a movie that it doesn't look like one. It is unyielding, funny, mundane, occasionally boring and thought provoking, if only in hindsight. Just like life. Live it'.